La figura dello psicoterapeuta, spesso chiamato analista, è oggetto come direbbero gli psicologi di numerose e svariate proiezioni da parte dell’opinione pubblica.
Lo psicoterapeuta nell’immaginario collettivo riveste ruoli che vanno dal consigliere esistenziale, al guru, dal curatore dell’anima, al professionista distante e trincerato dietro il suo sapere e la sua scienza.
Ebbene in questo articolo intendo affrontare il tema dell’atteggiamento dello psicoterapeuta alla luce di alcuni contributi della psicoterapia della Gestalt e di alcuni suoi esponenti.
Il focus è puntato sull’atteggiamento che il terapeuta può assumere con il paziente, lontano da una modalità confidenziale ed amicale e da una “neutralità” o distacco emotivo che spesso mal si concilia con l’empatia e l’ascolto attivo.
La prospettiva che propongo è quella della “indifferenza creativa” che intende coniugare a partire dalle prime formulazione di Fritz Perls, empatia e interesse verso la persona in tutte le sue forme e le sue modalità di essere al mondo.
Prendo come spunto il lavoro che in psicoterapia si può fare con le immagini, le fotografie, i disegni, i racconti, le poesie, in poche parole con alcuni mediatori artistici.
Mediatori in quanto sono in mezzo alla relazione fra il terapeuta e il paziente.
F.Perls, primo teorico della psicoterapia della Gestalt, parlava di indifferenza creativa come di quell’atteggiamento che pone il terapeuta in un punto zero, interessato a ciò che porta il paziente come fosse un bambino incuriosito e divertito dal giocare con quello che trova al momento.
Secondo tale ottica elicitare ed evocare non è uguale a indurre nell’altro bensì rimanda al confronto e alla co-costruzione che è costitutiva della relazione terapeutica.
E’ come se il terapeuta fosse il testimone imparziale che presta un’attenzione priva di giudizio al fenomeno e questo dà luogo ad una sorta di conflitto creativo che invita alla crescita, al cambiamento, all'eccitazione, all'avventura di vivere.
Mi è capitato frequentemente di riscontrare come sia facile sperimentare il giudizio nei confronti di ciò che l’altro sceglie di dire, disegnare, scrivere o filmare.
L’atteggiamento di indifferenza creativa permette di rimanere nella relazione anche con ciò che non ci piace ponendo l’attenzione sul processo che ha portato a quella figura, a quell’immagine.
In tal modo l’interesse si sposta sulla relazione e sul processo di creazione piuttosto che sul contenuto e sulla forma del prodotto e con il paziente si può lavorare partendo dall’esplorazione della propria percezione, esplorando con la persona i propri modi di creare le Gestalt (le forme) e l’effetto che fa guardare e sentire la propria creazione artistica, fosse essa un discorso, un racconto o un prodotto creativo, ad esempio, all’interno di una seduta di arte-terapia.
Una questione particolare riguarda appunto l’esplorazione del senso esistenziale del prodotto artistico.
Che senso ha per la persona la forma rappresentata e raccontata, cosa vuole comunicare e in che modo possiamo percepire le forme del prodotto come segni, tracce del proprio modo di essere al mondo?
Davanti a questo quesito mi rendo conto di quanto il lavoro terapeutico a mediazione artistica si distanzi da un processo di interpretazione dei segni e delle forme bensì si avvicini ad un percorso di esplorazione “disinteressata”.
Intendo affermare che allo psicoterapeuta interessa esplorare il senso che evoca nel paziente quella determinata configurazione o quel particolare dell’immagine, del disegno ed in genere del prodotto artistico.
E’ possibile in tal modo sperimentare la relazione come un gioco in cui entrambi gli attori parlano all’immagine, all’oggetto creato, rendendo vive e presenti nel dialogo le parti della creazione con l’obiettivo di esplorare il proprio sentire attraverso l’analogia e la metafora.
La relazione è creativa e fertile se si crea uno spazio relazionale interessato e aperto alla fantasia e all’immaginazione piuttosto che all’interpretazione dei simboli e dei segni presenti nel prodotto artistico.
La seduta a mediazione artistica diventa un luogo in cui il terapeuta e il paziente insieme co-costruiscono e attribuiscono un valore all’esperienza creativa.
In psicoterapia della Gestalt non importa quello che si è ma cosa si fa di quello che si è, pertanto tale presupposto diventa pratica ermeneutica di esplorazione delle molteplici metafore ed immagini evocate nello spazio di relazione arte-terapeutico.
Di fronte ad un disegno, ad esempio, il terapeuta usa i segni presenti nel foglio come ponti relazionali che possano facilitare l’emergenza in figura di ciò che non si vede, di quello che non è evidente.
In tal modo la relazione permette di sperimentare la fluidità del processo figura/sfondo rendendo il prodotto artistico, una miniera di segni e indici del modo di essere della persona.
E questo è possibile nel momento in cui si sperimenta l’allenamento dello sguardo attraverso la filosofia dell’ovvio di Perls o la filosofia dell’evidenza di Brentano.
Il prodotto artistico in una relazione arte-terapeutica contiene molteplici e infiniti segni e l’attenzione del terapeuta dirige la zona di zoom, direi utilizzando un linguaggio cinematografico, su cui soffermarsi allo scopo di costruire insieme una narrazione a partire da quei segni.
Nel lavoro con la creatività e con i mediatori artistici è possibile sperimentare il piacere derivante dal sentirsi libero di creare, dal darsi il permesso di farlo in un’atmosfera il più possibile priva dal giudizio.
Lavorando con l’arte-terapia è come se il concetto che la relazione è creativa si manifesti in un modo agli occhi più evidente: il paziente ha fatto un disegno ecco vedi …la relazione è creativa!
Non sempre lavorare con le arti-terapie è qualcosa che assicura il contatto con la creatività nella relazione.
Usare un colore non vuol dire necessariamente che si sta facendo qualcosa di creativo di per sé, bensì credo che siano le modalità con cui si entra in relazione con la persona a permettere che l’esperienza possa esser creativa e fertile per entrambi.
L’esperienza di mediazione artistica s’inserisce in questa cornice di esplorazione del processo figura-sfondo e richiede l’adozione sentita e appresa di un atteggiamento di indifferenza creativa e di valorizzazione dello zero e del vuoto.
L’esperienza di mediazione artistica permette di facilitare l’emergere nella persona della tensione creativa, della confusione e del vuoto.
Di fronte ad un’esperienza di disegno, davanti ad un foglio bianco se si ha il compito di disegnare il proprio stato d’animo è quasi inevitabile sperimentare momenti di vuoto e momenti in cui ci si chiede cosa rappresentare e tutto questo genera tensione e ansia.
Si può immaginare la tensione creativa come anche il motore della creatività, poiché è da questo conflitto che emerge una sintesi dopo che si è pagato un prezzo.
Perls proponeva l'attivazione di una condizione di pura e semplice consapevolezza che potesse risolverne le differenze, sperimentare gli opposti senza volerli eliminare, superando in questo modo l'eterno dualismo tra le polarità per ristabilire un equilibrio dinamico degli opposti.
La pratica elettiva usata dalla Gestalt per realizzare questo scopo è quella del "continuum di consapevolezza" a voce alta, dove, come nella meditazione, si osserva tutto ciò che sorge senza giudicarsi.
A pari modo nella pratica arte-terapeutica bisogna invitare a questa sorta di meditazione parlata il paziente nel momento in cui ci racconta il disegno, la fotografia o l’oggetto creato.
Bisogna lasciare scorrere una narrazione dei fenomeni così come la persona li vede e confrontarsi sul fenomeno secondario, sull’effetto che questa narrazione evoca e quali immagini richiama alla mente.
L’incontro arte-terapeutico è cosi un percorso di conoscenza e ampliamento della consapevolezza in cui ci si dirige insieme verso l’esplorazione dell’intenzione.

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